La Storia

Tuttavia, in quegli anni ed in quelli immediatamente successivi nasce anche una iniziativa politica che si propone di trovare la soluzione dei problemi che affliggono la polizia e che in definitiva sono pagati da tutta la collettività in unica organica riforma della polizia che configuri un diverso status per il personale. L’iniziativa nasce dai poliziotti e trova il collegamento con le forze sociali e politiche; nasce il movimento democratico per la riforma della polizia che si organizza in un “comitato di coordinamento nazionale”ed in un comitato di studio nel quale, accanto al personale di polizia, sono presenti i rappresentanti di tutti i partiti, di quello repubblicano, socialista, comunista, democristiano, liberale, socialdemocratico, del PDIUP; organo del movimento, sul quale si articola il dibattito, è la rivista “Ordine pubblico”diretta dal giornalista Franco Fedeli.

Inizio dell’esperienza unitaria

La Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL offre al movimento tutto il suo appoggio; ciò consente i primi momenti organizzativi di massa. Alla fine del 1974 il movimento esce allo scoperto con l’assemblea dell’Hotel Hilton in Roma, svoltasi con ampia partecipazione di personale; il 7 febbraio successivo si svolge ad Empoli un’assemblea nella quale il contenuto della riforma viene definito nei seguenti punti: l’istituto di polizia deve essere inteso come organizzazione civile a particolare stato giuridico; la sua riforma deve essere inquadrata nell’ambito di una razionale ridistribuzione dei compiti tra tutte le forze di polizia e di un reale coordinamento di esse;

l’azione della polizia deve essere caratterizzata dall’assoluta indipendenza dai partiti; un nuovo ordinamento per tutti i dipendenti civili e militari della P.S., con la contestuale costituzione di un unico ruolo direttivo; inserimento della polizia femminile a tutti i livelli nella nuova organizzazione, con totale equiparazione di funzioni e di trattamento economico e normativo rispetto ai pari grado di sesso maschile; riordinamento dell’istituto basato su un ampio decentramento, in modo da esaltare soprattutto il compito di prevenzione oltre a quello di repressione propri della polizia; divieto di impiego del personale in compiti estranei alle funzioni di polizia; riforma delle scuole di polizia e del reclutamento per garantire un più alto livello di qualificazione professionale; riconoscimento delle libertà sindacali con quelle modalità dettate dalla peculiarità delle funzioni esercitate, tra cui il non ricorso all’esercizio del diritto di sciopero. La negazione ed il superamento della polizia come “corpo separato”, operato dall’interno della istituzione segna non solo un momento rivendicativo, ma un vero e proprio salto qualitativo nella realtà concreta della polizia italiana. Per questo, la fitta rete di incontri tessuta negli anni tra il ’69 ed il ’74 tra poliziotti di grado diverso, di regioni diverse; tra lavoratori e poliziotti,. tra studenti, cittadini e poliziotti costituisce il retroterra profondo del movimento, il suo significato politico: rompere finalmente la “separatezza” del poliziotto rifondandolo come “lavoratore della sicurezza pubblica”, che dibatte ed affronta i problemi del paese insieme a tutti gli altri lavoratori, contribuendo a colmare la storica spaccatura tra stato e società civile.

Conquista della legge di riforma

Impegno del SIULP in relazione alla situazione del paese ed ai compiti della polizia Nel luglio 1975, con la presentazione delle prime proposte di legge da parte dei partiti Comunista e Socialista, la riforma entra in parlamento. Ma la necessità di una riforma tarda ad essere recepita dal governo, il quale, nell’intento di assorbire i fermenti che esistono nella polizia, propone la costituzione dei cosiddetti “Comitati di rappresentanza”: il movimento rifiuta i “comitati dei bussolotti”. Bisogna arrivare al 1976 per notare i primi indizi di un cambiamento di indirizzo; nell’ottobre di quell’anno il Ministro dell’Interno, Cossiga, preannuncia la decisione del Governo di dar corso alla riforma della polizia ed autorizza la convocazione di assemblee nelle caserme ed uffici di P.S. nonché la partecipazione a riunioni esterne per discutere e dibattere i problemi connessi; è consentita anche la costituzione di comitati per dare maggiore funzionalità ed organicità al dibattito. Il Ministro preannuncia anche la presentazione, per il 15 febbraio 1977, dei primi provvedimenti relativi alla riforma. La data del 15 febbraio trascorre però inutilmente e trascorrerà inutilmente tutta la sesta legislatura; i provvedimenti di urgenza per la riforma infatti non verranno presentati, ne vengano discusse le proposte di legge d’iniziativa parlamentare. Il

personale di polizia, dal canto suo, continua ad esercitare una forte pressione a favore della riforma e partecipa con slancio alla costituzione dei “comitati”di base. I^ campagna di adesione al costituendo sindacato di Polizia II comitato di coordinamento diffonde una scheda di adesione al futuro sindacato, da costituirsi quando la legge lo consentirà, un sindacato formato, diretto e rappresentante da poliziotti; nel sottoscrivere la scheda, i poliziotti si impegnano a sostenere la lotta per la riforma nello spirito del programma approvato nel 1975 ad Empoli.

L’adesione dei poliziotti italiani al sindacato, che rivendica un rapporto politico con il movimento unitario dei lavoratori, è entusiasta: essa si aggira sull’80% di media, con punte di adesione, in alcune province, che sfiorano la totalità dei poliziotti. Sulla base delle schede di adesione, vengono eletti nei posti di lavoro e nelle vane province i rappresentanti del personale: il movimento per la riforma rafforza la propria struttura organizzativa; in un’assemblea tenuta a Roma il 14 luglio 1977, viene eletto il nuovo “comitato di coordinamento”nel quale, accanto al “gruppo storico”dei poliziotti promotori, trovano posto i rappresentanti delle nuove leve.

Con le elezioni svoltesi nella primavera del 1977, inizia la settima legislatura. Il partito socialista ed il partito comunista presentano nuovamente in parlamento le proprie proposte di legge, opportunamente aggiornate ma identiche nella sostanza a quelle del 1975. Ma in questi due anni la necessità di procedere ad una riorganizzazione delle forze di polizia ha fatto strada: accanto alle proposte dei due partiti anzidetti si allineano le proposte di legge del partito liberale, democristiano, radicale, repubblicano del PDUP, socialdemocratico. Il Governo Andreotti, nonostante che l’impegno di procedere alla riforma della polizia sia stato assunto nel suo programma, non presenta nessun progetto di legge.

Nel silenzio del governo, la commissione interni della Camera dei deputati nomina un comitato ristretto, incaricato di coordinare le proposte dei vari partiti e di stendere un testo unificato. Nel mese di ottobre del 1977 il testo del comitato ristretto è pressoché ultimato; il 2 ottobre presso il palazzo dello sport di Roma viene indetta una grande assemblea alla quale partecipano alcune migliaia di lavoratori della polizia, giunti da tutta 1 Italia.

L’assemblea è chiamata ad esprimersi sul testo redatto dal “comitato ristretto”della Camera; tra i punti oggetto di dibattito, le norme sul sindacato; i poliziotti chiedono che esse siano conformi ai precetti costituzionali e che al sindacato di polizia sia riconosciuta la libertà di organizzazione sancita dalla Costituzione. La tensione tra il personale è infatti molto elevata; la polizia sta pagando un alto prezzo per la difesa delle istituzioni democratiche, in condizioni di assoluta inferiorità nei confronti dell’attacco terroristico. Nell’anno 1977 infatti cadono: il Brg. Ghedini a Milano, il Brg. Ciotta a Torino, l’Agente Graziosi a Roma, l’allievo sottufficiale Settimio Passamonti a Roma.

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